2023 data, ricordi, auguri


2023 data, ricordi, auguri

Si potrebbe dire anche 2023 passando per 1943, 1969, 2000, 2001, 2525…

É accaduto per 4 Marzo 1943, per 29 Settembre, per 2001 Odissea nello spazio, e chissà in quanti altri casi che una data abbia fatto parte di un titolo di un brano musicale o di un film e ne sia rimasta legata nella memoria collettiva.

Un accenno a due date e due canzoni “In the year 2525” e di “Nel 2023”, ovvero l’originale e la sua versione italiana. Nonostante la differenza di periodo della vicenda, 2525-9595 nella versione originale , 2000-6033 della versione italiana (traduzione di Daniele Pace) sla narrazione e il significato sono molto simili.

L’anno appena iniziato, il 2023 è citato nel titolo di una canzone “Nel 2023”, cantata da Dalida e da Caterina Caselli, che abbiamo visto essere la versione di “In the year 2525”.

“In the year 2525”, scritta da Rick Evans, che fu incisa nel 1969, interpretata dal duo Denny Zager e Rick Evans, ebbe uno straordinario successo. Parla della vicenda umana nei secoli fino all’anno diecimila – il titolo completo è “In the Year 2525 (Exordium & Terminus) -, affrontando temi come la progressiva dipendenza dalla tecnologia, la riproduzione umana in provetta, l’incontro col divino, la sopravvivenza o la scomparsa del pianeta, per certi versi profetici. Una canzone che è più di una canzone, che a mio avviso consente la doppia lettura, ovverosia quella pessimistica di un’umanità che va verso il dramma oppure quella ottimistica che attraverso la speranza porta alla salvezza.

CHE SIA SPERANZA!!!!

Fin qui un breve cenno sulla data, un ricordo del bellissimo brano, ma qui soprattutto tanti, ma tanti auguri di buon anno 2023!!!!

Da Piazza Sant’Agostino al  Liceo Galilei nel Casato di Sotto a Firenze e oltre 

Scritto, cancellato, riscritto tante volte, con la speranza di renderlo presentabile e accompagnarlo agli auguri di Natale ai miei compagni di liceo di Siena.

Da Piazza Sant’Agostino al Liceo Galilei nel Casato di Sotto a Firenze e oltre

Se uno scritto rimane troppo tempo in fondo a un cassetto due son le cose: o lo cancelli o lo rendi visibile” (Cit.)

Durante la stesura ho scritto e cancellato più frasi e più volte, nella quasi certezza di aver inserito cose davvero di scarso interesse ai destinatari. Il risultato è una totale mancanza di organicità e coerenza narrativa. Per essere in tema, ai tempi del liceo, come compito in classe difficilmente avrebbe raggiunto la sufficienza. Tuttavia mi sono permesso di buttare giù qualche appunto insieme alle scuse di non aver partecipato alle “Reunions” dei miei compagni liceali di Siena, fin qui svolte.

Da molti anni infatti Felice, organizza incontri con i compagni di classe dei cinque anni del liceo, quelli che vanno dall’ottobre 1966 al luglio 1971, a cui purtroppo non ho mai presenziato.
Per me i cinque anni sono stati in realtà esattamente la metà in quanto nei primi mesi del 1969 mi trasferii a Firenze dove ho fatto (si dovrebbe forse dire frequentato o svolto, ma fatto è più slang) metà terza, quarta e quinta, e, successivamente anche l’università. Di quegli anni oramai davvero lontani ho tuttavia ancora dei ricordi. Mi piace rievocarne qualcuno, sperando di non cadere nella retorica piagnucolosa del “come eravamo”. Ci provo.

Riguardando le foto riconosco quasi tutti, tranne naturalmente quelle/i che sono arrivati in quarta e quinta. Fa un certo effetto vedere come si passa da poco più che bambini della prima liceo, a ometti con lunghe chiome come la moda dell’epoca comandava e da bimbe con calzettoni a signorine eleganti oramai senza grembiule nero (mi pare che si dicesse anche “grembio”) sostituito da trucco e più moderne acconciature. É passato mezzo secolo, anzi più.

Ricordo che la scuola era inizialmente in via del Casato (forse toponomasticamente Casato di Sotto) in un vecchio edificio molto vicino a Piazza del Campo, ricordo stanze spaziose e con alti soffitti, austere. Mi par di ricordare che l’aula della prima liceo fosse a piano terra; io ero in prima fila, il mio compagno di banco in prima liceo era un ragazzo di origini piemontesi, Giulio, molto bravo.
All’epoca non c’erano bar all’interno delle scuole; ricordo che durante la ricreazione delle undici e trenta si potevano acquistare schiacciatine da una signora che veniva con un paniere colmo di pizze e cornetti appositamente dall’esterno.

Curiosamente nel Casato abitava anche una professoressa di che qualche anno prima avevo avuto come insegnante di storia (e verosimilmente di geografia) alla vicina scuola media San Bernardino. Ebbene, capitava abbastanza spesso di incontrarla mentre lungo il Casato io scendevo e lei saliva, ognuno, con diverso ruolo, verso la propria scuola. Talora ci salutavamo; io naturalmente la riconoscevo bene, non ho mai capito se anche lei riconoscesse in me un ex allievo o se, più probabilmente, rispondesse con un saluto di cortesia. Ricordo ancora la Mens Sana, palestra ben nota e prestigiosa, che ci ospitava per le lezioni di ginnastica (più correttamente educazione fisica); ho saputo che un nostro insegnante è diventato un importante allenatore, ma non ricordo proprio il suo nome.

Nel 1967 il Liceo si trasferì nei nuovi locali di via Cesare Battisti, e anche in questo caso feci metà anno scolastico nel liceo “vecchio” e metà in quello “nuovo”.

Del “nuovo” liceo ricordo l’affollamento mattiniero di allievi davanti alla scuola in attesa della campanella, una manciata di minuti in cui molti liceali (ahimé pure io) fumavano una sigaretta per dimostrarsi “grandi”, per poi ambire tanti anni dopo a diventare “grandi” nel riuscire a smettere.

Un piacevole ricordo che ho del liceo, quello “nuovo”, è quello del preside che spesso presenziava nell’atrio al momento in cui entravamo nell’edificio all’inizio delle lezioni. Trovavo bello questo gesto del Preside, un buongiorno e buon lavoro cordiale e rassicurante.

L’esperienza liceale senese aveva per me (e altri) una precisa caratteristica, che ha reso particolari, almeno in quegli anni, le dinamiche relazionali. Alludo al fatto che io e alcuni altri compagni di classe eravamo convittori al Tolomei. Li ricordo: Fabio (le nostre famiglie, avendo un’attivitá nello stesso paese in cui si sono anche frequentate), Felice (che per un periodo ha vissuto a Firenze, ma ci siamo visti molto raramente), Mauro 1 (ritrovato a Firenze, vedi avanti), Mauro 2, Prospero, Ivano. Neanche pochi (spero di non aver scordato qualcuno)!

Di fatto il rapporto tra i convittori e i propri compagni di classe “esterni” (in realtà non erano loro esterni, ma piuttosto noi “interni”) era limitato alle ore delle lezioni scolastiche. Chi avrebbe mai detto che la tecnologia avrebbe supplito a ciò decine di anni dopo! In tempi recenti grazie ai social ho ritrovato alcuni compagni “non convittori”: Alberto, Daniela, Umberto e Tiziana, purtroppo quest’ultima venuta a mancare. Probabilmente – contenuti scolastici esclusi – ci siamo parlati più su Internet che ai tempi del liceo!

Tra le episodiche frequentazioni extrascolastiche ricordo una gita in pullman (forse a Baratti?) a cui naturalmente partecipava tutta la classe.

Ricordo un concerto dei Rokes all’Hotel Excelsior (sono certo che il complesso fossero proprio i Rokes capitanati da Shell Shapiro, ma non sono certo che il nome dell’hotel sia giusto). Fu una delle rare occasioni in cui erano presenti almeno quattro compagni di classe, fuori sede e fuori orario scolastico (potere della musica beat!).

Ho anche il ricordo di una visita alla Sapori (o forse Parenti? In ogni caso una fabbrica di dolciumi), visita fatta durante le ore scolastiche. Non saprei a che titolo; è sicuro che all’epoca non esisteva certamente l’alternanza scuola-lavoro!

Un piccolo ricordo personale. Nel novembre 1966 l’Arno esondò a Firenze, e io ero presente! Dopo qualche giorno rientrai a Siena e ricordo che un’insegnante, forse quella di francese, mi chiese di raccontare a lei e alla classe quanto avevo vissuto. La cosa mi fece piacere.

In tema di insegnanti ne ricordo una, verosimilmente di lettere, che ricorrentemente parlava di “sottile ironia”. Ho presente la figura imponente di un simpatico professore di filosofia (e verosimilmente anche di storia) che faceva belle e interessanti lezioni.

In tempi recenti ho avuto occasione di rivedere Mauro che nel frattempo, oltre che biologo, è diventato ottimo fotografo e che ha anche fatto una mostra personale presso un sodalizio fiorentino di cui faccio parte, il Gruppo Donatello, nel Novembre del 2015 (e quindi “tempi recenti” si fa per dire!).

Spero davvero partecipare alla prossima riunione e rievocare questi ed altri episodi di persona, o meglio come si dice di questi tempi “in presenza”.
Buon Natale e buon anno!.

Attività di fine anno del Gruppo Donatello

Adesioni alla Collettiva di fine anno e autocandidature a Consigliere.
Le elezioni del nuovo Consiglio verranno effettuate dopo l’Assemblea dei Soci prevista per il 9 Gennaio 2023.

IN FONDO AL TESTO LINK AI RIASSUNTI DELLE ATTIVITA’  DI (QUASI)  TUTTI GLI ANNI PASSATI

Gruppo Donatello. Stato avanzamento iniziative di sodalizio

50 Soci hanno aderito alla COLLETTIVA SOCIALE DI FINE ANNO Sogni, passioni e ricordi” pittura, scultura, fotografia, computer-art.

Inaugurazione della Mostra 29 Dicembre 2022

Partecipanti:

Ajello, Bandelli, Barlozzetti, Beltrame, Benedetti, Benedettini, Biriaco, Boninsegni, Borgioli A., Borgioli G., Calamandrei Santi, Cappello, Cecchetti, Danti, Della Lena, Del Fungo, Di Stefano, Fucini, Gabellini, Garassino, Giovannini, Giusti, Goggioli A., Gramigni, Lapi, Maremmi,  Mercati, Moritz, Moschetta, Naletto, Nostro, Oliveti, Orsucci, Paoli, Pistolesi, Porcinai, Rinaldelli, Salvadori F., Salvadori M., Serafini, Sestito, Signorini, Tamanini, Tanini, Tempestini, Toniutti, Vannini, Viggiano, Weber

Dettagli:

Ajello Sandra. Partecipa con l’opera “Ricordo di un febbraio”, terracotta patinata.

Bandelli Enrico. Partecipa con l’opera “I colori della pioggia”, cm 5 x 5, Tecnica mista

Beltrame Giampaolo. Partecipa con l’opera “GROVIGLI” – 2022; olio su tela, cm. 50×60

Benedetti Angiolo. Partecipa con l’opera “Ricordi di Livorno: rione Venezia anni settanta”, olio su faesite.


Biriaco Igina. Partecipa con l’opera ”Luci”, olio su tela cm 50 x 70


Boninsegni Mauro. Partecipa con l’opera ”Trasparenze”  “…il titolo è  trasparenze…ho provato a rappresentare la trasparenza  del vetro con una tecnica personale…è  un collage di coriandoli su tela….” (MB)


Borgioli Antonietta. Partecipa con l’opera ”Ricordo di una estate di venti anni fa”, acrilico su carta, cm 50 x 70

Borgioli Giancarlo. Partecipa con l’opera “La mia vita”, fotografia

Calamandrei Santi Anna Maria. Partecipa con l’opera “Cattedrale all’Avana”, Incisione maniera a zucchero (2011).”Era il 2010, a Firenze stava per arrivare il quarto nipote, ma noi da perfetti nonni globetrotters eravamo all’Avana. In questa città, a forza di guardare in alto per ammirare la bellezza dei palazzi in dissesto, sono finita in una delle tante buche disseminate nei marciapiedi e mi sono guadagnata una frattura composta alla rotula ma i due medici che viaggiavano con noi, mi assicuravano che sentivo dolore per la visibile, grossa ferita. Ho continuato il mio viaggio in maniera non molto agevole, perché si andava anche in jeep per raggiungere località boschive ad una certa altitudine, per cui andava decisamente meglio, quando potevo sdraiarmi e prendere il sole nei resort. A giro concluso, rientrata in Italia, mi hanno ingessata e poi ricoverata in ospedale per embolia polmonare. Come dimenticare? Avevo visto e vissuto atmosfere fatte di simpatia, di bellezza, di lusso, di povertà accompagnata a gioia di vivere e la Catedral mi aveva annientato per la sua potenza stagliata nel cielo. Posso dire che nessuno può rubarti un viaggio, perchè ti rimane addosso, nella mente e nel cuore.” (AMS)


Cappello Giuseppina. Partecipa con l’opera ”Sogno”, Acrilico, cm. 50 x 60


Cecchetti Anna Cecchetti. Partecipa con l’opera “Sognando”, cm.80 x 70, Tecnica mista (2020)



Danti Adriano. Partecipa con l’opera “My back pages (Dylan)”, Acrilico, cm 50 x 70. “Ispirazione nata dall’ascolto del famoso e bellissimo brano di Dylan :”My back pages”del 1964, nella versione del 1992 eseguita da 6 formidabili musicisti con 6 chitarre fra cui lo stesso Dylan, Roger Mc Guinn, Tom Petty, Neil Young, Eric Clapton e George Harrison .Una melodia che mi ha incantato e che mi ha portato ad eseguire questa tela” (AD).

Del Fungo Guido. Partecipa con l’opera “Direzione obbligatoria”, cm. 40 x 40 (2005)

Della Lena Roberto. Partecipa con l’opera “Cinema Aldebaran”. ”Presento ’Cinema Aldebaran’ realizzata tempo fa con ausilio di computer e ritoccata a mano, dove tempo fa erano gli anni ’80 e il PC era poco più avanti di Windows 1! Il cinema Aldebaran non esiste più” (RDL)


Di Stefano Mimma. Partecipa con l’opera “Serenità”,  terracotta patinata 30x30x20

Fucini Mippia (opera presentata da Anchise Tempestini)

Gabellini Patrizia. Partecipa con l’opera “Passione per la penna”, disegno a penna biro, cm. 50×70


Garassino Luisa. Partecipa con “Cipressi” stampa fotografica in bianco e nero cm 50 x 50. “Cipresso, simbolo poetico del paesaggio toscano / Cipresso, il primo saluto al mio rientro a Firenze / È colpa dei cipressi se sono ancora qui!” (LG)

Goggioli Alessandro. Partecipa con l’opera ” Dopoguerra”  2022 Formato: cm  35x 50, acrilico su tela

Giusti Giovanni partecipa con due opere: “Albero della vita n. 1” olio su forex 17 x 12 (2014); “Albero della vita n. 2” olio su forex cm. 18 x 9 (2014).Ci fu nel 2014 un periodo nero in cui amici cari mi lasciarono. Istintivamente pensai di fare una serie di piccoli dipinti a olio come ricordo. Tema, l’albero della vita. Quest’anno a 97 anni è mancato mio zio, decano di casa Giusti, e mi ha passato la palla. I due alberi n. 1 e n. 2 presentati alla Mostra collettiva del Gruppo Donatello 2022/23 sono in suo ricordo.” (G.G.)


Lapi Luana. Partecipa con l’opera “Paesaggio sognato”, olio su iuta, cm 70×50

Maremmi Anna Maria. Partecipa con l’opera “Risveglio da un sogno” olio su tela cm 70 x 50. “La luce può essere delicata, pericolosa, onirica, nuda, viva, morta, nebbiosa, chiara, calda, scura, grigia, primaverile, cadente, dritta, sensuale, limitata, calma e morbida. Ma mi libera dai sogni della notte. Porta il tuo viso verso il sole e le ombre dei ricordi cadranno dietro di te.”(AMM)


Mercati Anna. Partecipa con le opere ”Nello studio”, Disegno ad inchiostro di china (1999} e “Il grande ulivo”, acquaforte cm 29,4 x 19,5 (1985-1986)


Moschetta Anna Maria. Partecipa con l’opera “Raffaello sognante”, carboncino 35×50 (1977)

Muti Umberto. Partecipa con una scultura in legno.


Naletto Giusi. Partecipa con l’opera ”Dialoghi” (2017)


Nostro Angelo Massimo Nostro partecipa con l’opera ”Adamo”, tecnica mista: pittura ad olio, sanguigna grassa e malta con collante cementizio; cm 100 x 100 x 3. “ADAMO. Ora che sei nominato, sii polvere pensante: Ragione e Spirito. Il vortice della tua ansia è Il soffio circolare del tuo essere: polvere sei e polvere diventerai”. (Angelo Massimo Nostro)

Oliveti Gianni. Partecipa con due opere: Volo notturno all’arcipelago del sogno cm. 28x33x11 legno e tempera acrilica; Sirena pensierosa cm. 60x38x14 legno e tempera acrilica.


Paoli Marcello. Partecipa con l’opera “Approcci violenti – 2”, olio su faesite cm.50×70 (2022)


Pistolesi Cinzia. Partecipa con l’opera “Sogno”, Tecnica mista su tela, cm 50 x 100


Porcinai Silvano. Partecipa con l’opera ”El banderillero”

Salvadori Francesco. Partecipa con l’opera “L’ABBRACCIO”, i due innamorati che si abbracciano, cm. 50 x 60 tempera

Salvadori Mauro. Partecipa con l’opera “L’ATTESA”, il contadino seduto davanti al campo di grano, cm. 50 X 70 acrilico

Serafini Silvia. Partecipa con l’opera “God save the queen”- and the dog,  (2022) Olio su tela cm 30×40

Sestito Romano. Partecipa con “Inchino”, un bassorilievo in legno di 43×63 cm


Signorini Nicola. Partecipa con l’opera ”Ricordi”, doppia esposizione fotografica su pellicola (1980)

Tamanini Luigi. Partecipa con l’opera “Il torrente”, Olio su tela, cm. 70 x 50.

Tempestini Anchise. Partecipa con un’opera di Mippia Fucini

Toniutti FiorenzoQuesto è il mio disegno intitolato ” Over the rainbow”… Sogni, passioni, ricordi… Chi meglio del grande cinema evoca queste 3 parole? La tecnica e’ matita su carta e la misura del disegno 30/40…un caro saluto a tutti e Buon Natale…” (F. T.)


Vannini Paolo. Partecipa con l’opera “Casetta di Poggio” (Palazzuolo sul Senio, mattino), acrilico su tela cm 50 x 60 (2012).Impressioni, sensazioni, emozioni trovate nel cuore dell’Appennino toscano, la scoperta di luoghi silenti e incantati che ti prendono l’anima scalfiggendola indelebilmente, imprimendo il ricordo dentro la vita che rapida scorre.” (PV)

Weber Elisabetta. Partecipa con l’opera “Fuori stagione” cm 40 x 50. ”A Rimini in inverno per un congresso, una passeggiata sulla spiaggia, immensa senza gli ombrelloni, un moscone abbandonato vicino ad un capanno chiuso, la luce del crepuscolo…” (EW)

Candidature al Consiglio pervenute: Barlozzetti, Beltrame, Borgioli, Danti, Della Lena, Garassino, Giusti, Moritz, Oliveti, Orsucci

LINK PER UNA STORIA (QUASI) COMPLETA DEL GRUPPO DONATELLO

(All’interno del Blog “Accomandia Serener Tersete” http://robertodellalena.altervista.org/

Attività anteriore al 2012 (dal 1949 al 2012):

http://robertodellalena.altervista.org/gruppo-donatello-attivita-anteriore-al-2012/

l’attività 2012  http://robertodellalena.altervista.org/gruppo-donatello-attivita-2012/

l’attività 2013 http://robertodellalena.altervista.org/gruppo-donatello-attivita-2013/

l’attività 2014 http://robertodellalena.altervista.org/gruppo-donatello-attivita-2014/
l’attività 2015 http://robertodellalena.altervista.org/554/
l’attività  2016 http://robertodellalena.altervista.org/attivita-del-gruppo-donatello-2016/
l’attività  2017 http://robertodellalena.altervista.org/attivita-del-gruppo-donatello-2017/

l’attività 2018 http://robertodellalena.altervista.org/gruppo-donatello-attivita-2018/

l’attività 2019 http://robertodellalena.altervista.org/attivita-del-gruppo-donatello-2019/

l’attività 2020 http://robertodellalena.altervista.org/attivita-del-gruppo-donatello-2020/

l’attività 2021 http://robertodellalena.altervista.org/attivita-del-gruppo-donatello-2021/

A proposito dell’articolo su Santa Rosa

A proposito dell’articolo su Santa Rosa

A proposito dell’articolo sulla Tuscia, o meglio della cronaca di una gita nella terra di confine tra Lazio e Toscana, attraversando bei posti per raggiungere Viterbo.

Ho avuto varie risposte, vuoi per telefono, vuoi per WhatsApp, e anche alcune personalmente. Avevo dichiarato preliminarmente che si trattava di un articolo un po’ carotico e chiedevo venia per questo. Rinunciando ad un’esposizione accurata, ho ad un certo punto preferito lasciare libera la trattazione di “andare dove voleva”. All’interno del testo, che come ho detto veniva ampliato cogliendo analogie ed anche ricordi personali, un argomento ha decisamente prevalso su altri, ovvero Santarosa e il suo culto. E coerentemente anche i riscontri dei lettori sono stati prevalentemente rivolti alla patrona di Viterbo.

Mi è stato fatto notare che esistono altre località denominate Santa Rosa (talora scritto anche Santarosa), e sicuramente alcune, anche fuori di Italia sono intitolate proprio a Santa Rosa da Viterbo, anche se esistono altre Sante di nome Rosa.

C’è poi chi ha aggiunto particolari ad esempio relativi al trasporto della macchina.

Qualcuno ha fatto cenno a gite alla città di Viterbo e a Santa Rosa e con la famiglia, questa esperienza diffusa anche nella mia zona di origine in provincia di Siena. Le escursioni tipiche erano Radicofani, l’Amiata, appunto Viterbo. Una meta particolare era rappresentata dalla “Città della Domenica” in provincia di Perugia, che per l’epoca (correvano gli anni ’60) era una rivoluzionaria Las Vegas nostrana.

E ci sono stati riferimenti a siti web e a testi specifici. Sia degli uni che degli altri e ne esistono moltissimi; io in realtà mi sono limitato all’essenziale citando due testi su Santarosa acquistati a Viterbo nel santuario stesso, rimandando l’approfondimento ad un secondo momento, cosa che in ualche modo ha fatto inserendo nell’articolo precedente ulteriori notizie (senza beninteso tentazioni di completezza, ma piuttosto mantenendo una esposizione aperta).

Da almeno tre amici è giunta soddisfazione per la scoperta, o la riscoperta della santa.

Non posso non sottolineare, cosa oggettivamente poco frequente, l’alto numero di messaggi ricevuti, anche in considerazione che questo articolo, come ho precedentemente già detto, è stato da me segnalato ad un numero limitato di amici e parenti. Coerentemente e segnalerò il presente solamente a coloro che gentilmente mi hanno dato un cenno di riscontro, anche se il testo è naturalmente a disposizione di chiunque voglia leggerlo.

A questa modalità inevitabilmente rientra nella categoria, un tempo si diceva “della serie“ dello scriversi addosso. Ma in fondo un blog non può servire anche a questo, a raccogliere stimoli, a ricercare cose che diversamente non avremmo mai cercato. O no?

Per gli interessati allego alcuni riferimenti bibliografici e sitografici (Visti e letti 21 Ottobre 2022)

Santa Rosa da Viterbo. Testimonianze di grazie ricevute nel tempo presente. Testi di Maurizio Pinna. Libreria Editrice Vaticana, 2008

Sedda Filippo: Il prodigio dell’ordinario. La santità quotidiana di Rosa da Viterbo. Edizioni Frate Indovino, Perugia, 2018.  Contenuti. INDICE – // Il prodigio dell’ordinario. La santità quotidiana di Rosa da Viterbo// – 7 Prologo – 13 Silenzio – 27 Accettazione – 37 Esodo – 47 Esilio – 55 Passaggio – 65 Posterità – 65 Segni – 68 Dalla processione civica del 1512.. – 70 ..alla Macchina di Santa Rosa – 74 Un roseto di santità – 80 La Processione del cuore e il Corteo storico – 85 Attualità – 89 Epilogo – 92 Bibliografia essenziale – // Un percorso del cuore e della mente sulle orme di Rosa // – 100 Premessa – 101 Rosa, donna in ascolto: la visitazione – 104 Rosa, donna sofferente: dalle ferite della vita alle feritoie della grazia – 106 Rosa, donna consegnata: veste l’abito della penitenza – 108 Rosa, donna minacciata: il coraggio dell’integrità – 111 Rosa, donna donata: l’Amore più grande – 114 Rosa, donna di misericordia: le parole di “Vita” – 116 Rosa, donna affidata: l’esilio – 119 Rosa, donna riconciliata: il rifiuto – 121 Rosa, donna fatta Chiesa: un corpo incorrotto – // 124 Lettura dell’icona di santa Rosa da Viterbo//

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Tabernacolo_di_Santa_Rosa

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Ognissanti_(Firenze)
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Ognissanti_(Firenze)
https://www.vaticano.com/turismo/scheda_251_santuario-santa-rosa-viterbo.html
https://annunziata.xoom.it/pieta%20torrino%20santa%20rosa%20firenze.pdf

http://firenzeneidettagli.blogspot.com/2015/07/intorno-al-tabernacolo-di-santa-rosa.html

https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0900194419
https://www.regione.marche.it/Regione-Utile/Cultura/Catalogo-beni-culturali/RicercaCatalogoBeni/ids/12895/Gesu-Bambino-adorato-da-Santa-Caterina-da-Siena-e-Santa-Rosa-da-Viterbo

Doveva essere un singolo articolo, si è venuta a creare una sorta di strana trilogia

Anticipazione su Viterbo e Santa Rosa

Santa Rosa, Tuscia, borghi suggestivi, Viterbo.  Qualche appunto

e il presente

A proposito dell’articolo su Santa Rosa

In definitiva non sempre (vale probabilmente anche per la pittura e altre arti) quello che si progetta corrisponde a ciò che si realizza. All’uopo ho sempre condiviso una frase pronunciata da un famoso regista “Non fate troppi film con l’immaginazione, perché poi quando si cerca di attuarli vengono peggio; in ogni caso riescono diversi“. So bene chi è il regista in questione, ma dato che questa frase l’ho sempre sentita, ma non sono mai potuto risalire alla certezza che l’abbia effettivamente detta lui, per non fare errori, preferisco non citarlo. (Quest’ultimo periodo è un’autocitazione già presente nell’articolo “Chiacchierate sarteanesi“)

Concludendo:

“Il blog, questo autoreferenziale!“

Santa Rosa, Tuscia, borghi suggestivi, Viterbo.  Qualche appunto. 

Questo testo viene pubblicato oggi 4 Dicembre 2022 anche se sarà suscettibile di modifiche

Santa Rosa, Tuscia, Borghi suggestivi, Viterbo.  Qualche appunto

Se uno scritto rimane troppo tempo in fondo a un cassetto due son le cose: o lo cancelli o lo rendi visibile” (Cit.)

Questo articolo è stato scritto e riscritto, modificato  molte volte per rispondere a esigenze “diplomatico-redazional-sociali” (chiamiamole così…). Probabilmente un unico “risultato” è stato raggiunto: quello di peggiorarlo. Infatti  navigando, forse meglio dire facendo slalom, fra esigenze di cui sopra, incertezza dell’uso della terza persona e/o della voce narrante, alla ricerca di equilibrismi per tener su le singole  frase e il testo tutto.

Alla fine si ottiene (o resta soltanto?) una serie di appunti liberi (e si dice liberi per non dire disordinati!) non esenti da voli pindarici qua e lá. 

Pensandoci bene ho un altro scritto in queste condizioni, un ricordo degli anni liceali senesi e che è stato più volte rimaneggiato; provvederò, o almeno spero, in tempi brevi. Per ora la speranza di esser riuscito comunque a comunicare qualcosa di interessante.

Consideriamo dunque che sia una prova…

Un titolo potrebbe essere “Incontro con la Toscana sconfinante in Lazio, con Borghi suggestivi, con Viterbo e Santa Rosa”. Penso proprio che sarà il titolo giusto; viene in mente quando Per operare una scelta si diceva che essa dovesse essere possibile, plausibile, sostenibile. Ma questa è un’altra storia

E’ sostanzialmente il ricordo di una gita estiva “Largamente etrusca“, con partenza da Sarteano, in mattinata ma nemmeno tanto presto, e arrivo a Viterbo prima dell’ora di pranzo. Una bella esperienza; l’itinerario bello e anche interessante (in parte diversificato quello di andata da quello del ritorno). 

Bei posti e quanto loro di bellezza di natura sta attorno: San Casciano, Acquapendente, Trevinano, San Lorenzo Nuovo, Montefiascone, Zepponami, Bolsena, e molti altri, qualcuno senz’altro dimenticato. Di tutti ci sarebbe da dire (e ce ne sarà, dato che questo testo verrà ampliato, non escludendo neppure di dedicare altri articoli autonomi alle varie località). Un aspetto che colpisce è come in questa terra che dalla Toscana al Lazio passando per l’Umbria, la ricchezza di laghi presenti, rimandi all’elemento acqua in tutte le sue declinazioni, paesaggistiche, ambientali, simboliche, e, a chi scrive, faccia correre col pensiero accostamenti alla Svizzera verde. Mi viene in mente, anche se qui c’entra poco il detto “far fuochi nell’acqua”, o l’altro “ghiacciai in fiamme”. Vedi un po’ cosa ti ritorna in mente!

Torniamo alla gita.  Varie soste lungo il viaggio, per scattare fotografie, per prendere un caffè e fare uno spuntino, per guardare senza fretta scorci da cartolina (o anche, naturalmente, potenziali soggetti per pittori “vedutisti”) e panorami non solo belli ma talora sorprendenti (dicesi anche mozzafiato). Soste che permettono anche interessanti incontri dai quali scaturiscono piacevoli e istruttive conversazioni. 

Trevinano, frazione di Acquapendente, scopriamo  essere il più piccolo borgo del Lazio con centoquaranta abitanti, tre chiese, un castello. A Trevinano si svolge sagra della rosticciana e viene allestito il presepe popolare

A San Lorenzo Nuovo, ci racconta un paesano che attorno al 1770 per interessamento di  Papa Clemente XIV venne creato un nuovo borgo, a sostituzione del precedente.  Il nuovo paese fu  realizzato dall’architetto Francesco Navone, che progettò una città modello che  a partire da una centrale piazza ottagonale si sviluppa armonicamente. Il pensiero non può non correre Bernardo Rossellino che realizzò Pienza precedentemente, attorno al 1470.

C’è poi Zepponami, Frazione di Montefiascone con meno di 1000 abitanti, ma fornito di stazione ferroviaria lungo la linea Viterbo-Orte.

San Casciano è quello “dei Bagni” e non quello “in Val di Pesa”. Tanto per precisare che di San Casciano ne esistono almeno due in Toscana e anche altri in Italia. Ad esempio, un San Casciano è frazione di Roncoferraro, in provincia di Mantova.

Nota. A proposito di San Casciano dei Bagni è notizia recente, precisamente dell’8 Novembre 2022,  l’annuncio della straordinaria scoperta di 24 statue in bronzo in un’antica vasca termale risalenti  a un periodo compreso tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C!

Digressione personale. Durante il percorso mi viene in mente una storia triste tante volte sentita raccontare in casa, legata a Viterbo, ovvero quella di mio nonno materno (Ranieri Rossetti 1893 -1955) che con mezzi di fortuna e lunghi tratti percorsi a piedi andò a recuperare le spoglie del figlio Giuseppe caduto in guerra.

Ma torniamo a noi. Arrivo dunque a Viterbo. Una  frase a grandi caratteri sul selciato accoglie il visitatore: “Ad maiora”. Scritta beneaugurante e veritiera:  Viterbo è ricca di belle cose. 

Programma stilato in precedenza e quasi (compatibilmente al tempo disponibile) totalmente rispettato: Visita al centro della città, ai monumenti, sosta nelle vie e nelle piazze degne di interesse (quasi tutte!), davanti storici palazzi. Il centro storico è un vero gioiello. In tema gastronomico – saltando di palo in frasca o meglio di arte in gastronomia!  – impossibile non assaggiare “Il fieno di Canepina” pastasciutta fatta a mano, piatto tipico del Viterbese; una specie di spaghettini assai fini. 

Si incontrano  persone molto gentili; chi indica percorsi con “cose da non perdere”, chi racconta e fa conoscere il culto dei viterbesi verso la patrona Santa Rosa. È davvero immenso e diffuso l’affetto, l’attenzione, la devozione della popolazione verso Santa Rosa. Si avverte una diffusa sacralità, un’atmosfera particolare, una sensazione di essere accolti, sensazione che pare un invito a mettere in atto comportamenti virtuosi. Preferisco cercare di riferire queste sensazioni, piuttosto che produrre descrizioni di monumenti, capitelli, lapidi, palazzi e quant’altro, senz’altro interessanti, ma reperibili in guide e libri; tuttavia questo aspetto non verrà del tutto trascurato. 

Nel  primo pomeriggio visita al Santuario di Santa Rosa, vissuta nella prima metà del tredicesimo secolo, su cui i viterbesi gentili di cui sopra, hanno anticipato diverse cose come il fatto che la devozione verso Santa Rosa è davvero straordinaria, e che il 3 settembre di ogni anno si svolge il trasporto della macchina, suggestiva manifestazione a cui l’intera città partecipa e molti visitatori accorrono da fuori. 

Salendo le scale si nota l’iscrizione sulla facciata del monastero a ricordo e memoria del Cardinale Gaspare Bernardo che nel 1843 ricostruì a Viterbo la chiesa di Santa Rosa, sostituendo la precedente ove  nel 1258 era stata trasportata la salma della santa: IN HON. S. ROSAE. V. GASP. BERN. CARD. PIANETTI. EPISC. MDCCCIL

All’interno affreschi, documenti, oggetti, cortili; esperti volontari tratteggiano anche la vita di Santa Rosa, le  sue esperienze mistiche, i miracoli, la dedizione alla penitenza, la persecuzione che la costrinse all’esilio assieme ai familiari, la festa in suo onore: il Trasporto della macchina di Santa Rosa.

Trasporto della macchina di Santa Rosa. Una tradizione che viene da tempi lontani,  un’emozione che si ripete. Un rito in onore della Santa protettrice dei Viterbesi che si ripete il 3 Settembre di ogni anno; cento facchini, ovvero cento possenti uomini trasportano da Porta Romana fino al Santuario la Macchina di Santa Rosa seguiti e acclamati dall’affetto della cittadinanza. La Macchina di Santa Rosa è un altissimo baldacchino, una sorta di torre alla cui cima troneggia Santa Rosa, portata appunto a spalla dai “Facchini” (in realtà la cosa è più complessa,infatti i facchini non  stanno soltanto ai lati della macchina, ma anche sotto di essa, ognuno con posizione e  compiti precisi, guidati dagli ordini di un capofacchino esperto che precede la macchina). Essere un facchino è un grande onore e richiede un allenamento intenso e continuo. Dal 1978 i Facchini hanno fondato un loro sodalizio e si fregiano del titolo di Cavalieri di Santa Rosa. Da segnalare che fin dalla tenera età i bambini vengono iniziati a fare i minifacchini con una macchina di peso ridotto rispetto a quella portata dai facchin adulti.

La macchina di Santa Rosa mediamente  è alta circa trenta  metri, pesa cinque tonnellate, viene periodicamente sostituita.

Il trasporto accompagnato da cittadini e anche da non viterbesi, dalle autorità, dagli sbandieratori, tamburini, majorette, figuranti in costume, suonatori della banda (esiste un’associazione degli sbandieratori e musici di Viterbo denominata Pilastro), rievoca la traslazione della salma della Santa voluta e attuata da Papa Alessandro IV nel 1258. Alcune frasi simboliche vengono ripetute durante il tragitto, ad esempio “Semo tutti di sentimento!”, “Non mollare mai!” e naturalmente “Viva Santa Rosa!”. La Macchina è inserita tra i patrimoni immateriali dell’Umanità dell’UNESCO è alta trenta metri, pesa oltre cinquanta quintali. Il trasporto è la fase culminante, ma è motivo di interesse e passione seguire durante i mesi precedenti la costruzione della macchina. Come tutte le manifestazioni culturali e non solo, anche il Trasporto della Macchina ha subito interruzione negli anni della pandemia, mentre ha avuto luogo regolarmente nel 2022.

Una gita può far ricordare – lo abbiamo visto prima – può innescare desiderio di conoscenza e approfondimento. Può anche far pensare e portare lontano col pensiero. Può stimolare la conoscenza è l’approfondimento, ad esempio sapere che il culto di Santa Rosa è presente in tante altre  città. Inevitabile pensare a luoghi che ci sono familiari. Alcune note di seguito su Firenze.

In Lungarno Soderini a Firenze è presente un “Tabernacolo di Santa Rosa”  dove in un’edicola del 1856 è conservato un affresco con la Pietà attribuita a Ridolfo del Ghirlandaio.

Testo della lapide sul tabernacolo: 

QUESTA IMMAGINE 

SULLE PARETI DELL’ANTICO CONVENTO DI S. GUGLIELMO DA DOMENICO GHIRLANDAIO DIPINTA 

NELLA FAMIGLIA ANTINORI DA QUELLA DEI CONCINI PERVENNE 

IMPERANTE LEOPOLDO II 

A SPESE DEL REGIO ERARIO 

E DEL COMUNE DI FIRENZE 

IN NUOVA E PIÙ DECOROSA EDICOLA 

L’UFFICIO DELLE PUBBLICHE COSTRUZIONI LA RIPONEVA L’ANNO DI NOSTRA SALUTE MDCCCLVI 

IL PATRONO COMMENDATORE VINCENZO ANTINORI ANNUENTE” 

Importanti testimonianze  di devozione a Santa Rosa sono presenti nella Chiesa di Ognissanti a Firenze, dove le è dedicata una cappella nel lato destro della chiesa. Nella Cappella dedicata a santa Rosa da Viterbo sono presenti:  

All’altare “Predica di santa Rosa da Viterbo” indicata  anche come “Santa Rosa in abito di terziaria nell’atto di predicare agli eretici” (1714-15 ca.)  di  Giuseppe Pinzani, Sopra al dipinto presente la scritta “Divae rosae uiterbiensi praedicatr apostolicae”.  Sulla parete destra della cappella: “Santa Rosa uscita illesa dal rogo” di Giovanni Cinqui 1715. Sulla parete sinistra, “Resurrezione di una donna miracolata” di Giovanni Cinqui anch’essa.

Macerata. In questa città un ponte religioso ideale unisce Siena e Viterbo attraverso le sue sante insieme in una tela conservata a nel Palazzo Buonaccorsi. Nel quadro è raffigurato Gesù Bambino adorato da Santa Caterina da Siena e Santa Rosa da Viterbo. Il quadro, una pittura a olio di un metro e mezzo per tre, è di autore ignoto ed è datato attorno al 1650.

Mi fermo, ma di Tuscia, Viterbo, Santa Rosa ben oltre ci sarebbe da dire…

Questo articolo, sono io il primo a dirlo, è lacunoso e poco scorrevole. Anche se prudenza avrebbe forse suggerito di aspettare ancora, preferisco pubblicarlo, con l’impegno di ampliarlo e migliorarlo. 

Riferimenti bibliografici; due testi acquistati a Viterbo, comprensivo il secondo di titoli dei vari capitoli.

Santa Rosa da Viterbo. Testimonianze di grazie ricevute nel tempo presente. Testi di Maurizio Pinna. Libreria Editrice Vaticana, 2008 Sedda Filippo: Il prodigio dell’ordinario. La santità quotidiana di Rosa da Viterbo. Edizioni Frate Indovino, Perugia, 2018.  Contenuti. INDICE – // Il prodigio dell’ordinario. La santità quotidiana di Rosa da Viterbo// – 7 Prologo – 13 Silenzio – 27 Accettazione – 37 Esodo – 47 Esilio – 55 Passaggio – 65 Posterità – 65 Segni – 68 Dalla processione civica del 1512.. – 70 ..alla Macchina di Santa Rosa – 74 Un roseto di santità – 80 La Processione del cuore e il Corteo storico – 85 Attualità – 89 Epilogo – 92 Bibliografia essenziale – // Un percorso del cuore e della mente sulle orme di Rosa // – 100 Premessa – 101 Rosa, donna in ascolto: la visitazione – 104 Rosa, donna sofferente: dalle ferite della vita alle feritoie della grazia – 106 Rosa, donna consegnata: veste l’abito della penitenza – 108 Rosa, donna minacciata: il coraggio dell’integrità – 111 Rosa, donna donata: l’Amore più grande – 114 Rosa, donna di misericordia: le parole di “Vita” – 116 Rosa, donna affidata: l’esilio – 119 Rosa, donna riconciliata: il rifiuto – 121 Rosa, donna fatta Chiesa: un corpo incorrotto – // 124 Lettura dell’icona di santa Rosa da Viterbo//

Anticipazione su Viterbo e Santa Rosa


Correva l’Agosto 2022, anzi volgeva al termine. Un percorso tra vecchi borghi, e da un vecchio borgo anche partito, ci conduce a una bella città e a una storia di vita straordinaria. In ordine di apparizione Sarteano, Viterbo, Santa Rosa. Il tutto attraversando una serie di paesi, incontrando persone, venendo a conoscenza di storie e aneddoti. Questo brevissimo riassunto è l’anticipazione di un articolo più ampio di imminente pubblicazione.

Chi… e chi…

Più che un articolo, un intermezzo. Ispirato, o forse più correttamente suggerito, da una insegna luminosa parzialmente accesa e parzialmente spenta. Risultavano accese solo una parte delle lettere, a formare la frase ”Chi di Siena”. Mi è venuto in mente chi è o fa qualcosa, e chi no!
Mi è tornata in mente anche una canzone di Ricky Maiocchi intitolata ”C’è chi spera”, quella di Frassica “C’è chi c’ha” e naturalmente quella di Cochi e Renato ”E la vita la vita” dove i “c’è chi” abbondano, da coloro che un giorno hanno sofferto, a quelli che sbagliano a far le ”strissie” a chi sente solo la radio e ad altri ancora.

Io mi sono limitato a commentare la foto ”Chi di Siena, chi di Firenze, chi di altrove….”

La ciminiera di Novoli

Questo breve articolo, che essendo immesso in rete può naturalmente esser letto da tutti, viene inizialmente proposto a una serie di persone che per vari motivi ritengo possano darmi suggerimenti, indicazioni e consigli utili e graditi, e che fin da ora ringrazio.

La Ciminiera di Novoli

In molte città sono presenti elementi di archeologia industriale. A Firenze nord ne è un esempio la vecchia centrale termica Fiat, che con una sineddoche quasi tutti chiamano “la ciminiera di Novoli”. Schematicamente l’edificio è un grosso parallelepipedo di colore giallo, sormontato da un alto cilindro a strisce rosse e bianche che ovviamente è la ciminiera.

Questo scritto non è e non può essere la storia completa della ciminiera di Novoli. Potrebbe però ambire a diventare un documento più ampio e approfondito; per ora è un appunto, o meglio una serie di appunti, inevitabilmente lacunosi, con riferimenti “spiccioli” a esperienze e testimonianze personali dirette o a letture. Potrebbe esser presa in considerazione la creazione di una  pagina dedicata sui social.

La ciminiera di Novoli è stata una sorta di simbolo, un marker del quartiere. Negli anni era stata anche in qualche modo antropomorfizzata e scherzando le venivano rivolti saluti ed altre frasi “Sempre qui eh”, “O che è passata di molta gente oggi?” e cosi via. Qualcuno si spinse fino a paragoni ardimentosi con “La grande Diana degli Efesini”!

Realizzata dalla FIAT nel 1939, e quindi  lì da oltre settant’anni. la centrale termica è stata definitivamente dismessa a metà degli anni ’80. Prima di allora tutto era diverso; non esisteva il Parco San Donato, non esistevano piste ciclabili, erano ancora presenti vari distributori di carburante.

Sempre presente e sempre uguale fin quando a ad un certo punto in anni recenti la ciminiera è stata “decapitata”. Da tempo tuttavia si parla di recupero e sembra che qualcosa si stia muovendo. In realtà da diversi piani di recupero sono stati via via proposti, e, in linea con “l’affezione” verso la ciminiera, ne hanno sempre ipotizzato il mantenimento. Sarebbe interessante ripercorrere i progetti e le proposte susseguitesi nel tempo.

Da sempre dipinta, disegnata, fotografata,  filmata da moltissime persone, anche da me. Un punto di riferimento, una memoria storica, un esempio di archeologia industriale

Citazione (1992): “… quando ritorno a casa e “scollino” via Maragliano, quasi sempre dopo sosta al semaforo rosso, per immettermi in via di Novoli, al momento che saluto la ciminiera Fiat, una sorta di marker del quartiere … e se la ciminiera diventasse monumento?  …

(da Catalogo della mostra “Trentamila centimetri quadrati di colore”, Gruppo Donatello, Firenze 7-19 Novembre 1992)

Nel  1995 fu fondato il movimento artistico-culturale “Inconcepibile urbano”;  la ciminiera fu protagonista di varie iniziative seminariali. Ad esempio fu uno degli argomenti trattati nella tavola rotonda “Nozioni di Inconcepibile Urbano ovvero per una Antropologia della Periferia Contemporanea”, svolta a Firenze 20 aprile 1995 presso il Gruppo Donatello. Parteciparono, tra gli altri, Francesco Bandini, Marcello Cossio, Roberto Della Lena, Riccardo Sforzi.

Da Cossio e Sforzi (1995) “…E questa città la ricomponiamo continuamente in forme personali con le nostre idee, i nostri ricordi, i nostri pensieri insomma la nostra psiche…” … “I parametri del bello e del brutto in quel momento acquistano un altro spessore, perché siamo in grado di innamorarci anche di ciò che, fino a qualche momento prima, non ci piaceva. E naturalmente siamo anche in grado di disprezzare ciò che amavamo”.

E ancora nel 1995  (si vede che era un anno buono!) ecco comparire la Ciminiera in un murales fiorentino approntato in Via Luna dagli artisti del Gruppo Donatello. Il Murales è tutt’oggi presente; composto da molte sezioni, alcune più ampi e altre più piccole, ben  separate una dall’altra, ma progettate ed eseguire a formare un tutto compositivamente e cromaticamente armonico. In una delle sezioni, in alto a destra, presenti vari elementi tra i quali appunto, la ciminiera di Novoli.

Scrivevo nel 2009 (11 dicembre)  su FB a commento di una foto: “La ciminiera di Novoli a Firenze. Proiezione murale in occasione delle feste  Natalizie. Effetto molto spettacolare”.

Scrivevo nel 2015 su FB a commento di una foto: “La ciminiera di Novoli: un’icona. “Rientro a” o “partenza da” Firenze (Nord) vicino al casello dell’autostrada

Nel settembre 2016 viene posizionata una parte di quello che diverrà il ponte Margherita Hacks e la ciminiera è ancora integra.

11 febbraio 2019 inaugurata linea 2 della tramvia.

Scrivevo nel 2020 su FB a commento di due foto “prima e dopo” “Fine anni ’70. Archeologia industriale, la ciminiera di Novoli. Oggi non esiste più, vedi seconda foto del 2020 (o meglio ne rimane un pezzetto!). Anche se pare, sia previsto un piano di recupero con la ricostruzione  della ciminiera con particolari appositi materiali.”

Poco fin qui  è stato scritto, molto verrà aggiunto.

Riferimenti bibliografici

  • Catalogo della mostra “Trentamila centimetri quadrati di colore”, Gruppo Donatello, Firenze 7-19 Novembre 1992
  • Nesi F.: L’avvenimento dell’anno nel nostro centro. Tanti sogni sul muro. Il grande dipinto di via Luna. Noi di Via Luna (periodico del Centro Anziani Q2), n.4, Dicembre 1995
  • Pensieri fugaci in tramvia (documento WEB in questo blog) http://robertodellalena.altervista.org/pensieri-fugaci-in-tramvia/
  • Salvadori Guidi D. (a cura di): Guida alla scoperta delle opere d’arte del ‘900 a Firenze, Ed Leo S, Olschki,  1996, Firenze. Pag. 165.
  • Sforzi R., Cossio M.: L’inconcepibile urbano. Etruria Medica, Vol 10, 1995 n.1 pag. 27
  • Sforzi R., Cossio M.: L’inconcepibile urbano. Lettera. La Nazione, 9 Giugno 1995
  • Tramvia e scollinamenti  (documento WEB in questo blog) http://robertodellalena.altervista.org/tamvia-e-scollinamenti/

continua!

“Le memorie di Domenico Leoni”. Un bel libro.

NB Testo non definitivo!

E tu ricerchi là le tue radici se vuoi capire l’anima che hai…”.

(Francesco Guccini)

Le memorie di Domenico Leoni”  è un libro, un bel libro, e qui ne parlerò. Ma questo mio scritto non è una una vera e propria recensione e non è nemmeno quanto dirò tra pochi giorni alla presentazione del libro, presentazione che avviene, dopo un lungo periodo, in presenza. È altro, è uno spazio dove mi prenderò anche licenza di divagare.

Prima di entrare nello specifico – anche so che non è bello parlare di sè quando si intendende celebrare qualcuno! – non posso non notare che alcune coincidenze legano me e Allaman. 

Ci conosciamo non so più da quanti anni, anzi so benissimo da quanti, ma è meglio non quantificare!

Nei primi anni 2000 (precisamente dal novembre 2001 al dicembre 2002 e anche tutto il  2003) ho fatto il tirocinio per la scuola di specializzazione in psicoterapia presso il Centro Alcologico (non alcoologico!) di Villa Basilewsky allora diretto proprio da Allaman; curiosamente fino a pochi anni prima lavoravo negli stessi locali che all’epoca erano facenti parte della USL 10 E assieme a Ospedale Meyer ed Ospedale Oftalmico. E’ ancor più singolare che anche un’altra volta mi sia ritrovato a condividere, pur in tempi diversi, con Allaman medesimi spazi. Alludo al periodo in cui il Centro Alcologico era a Villa Ognissanti, ed era prorio letteralmente nella palazzina che tanti anni più tardi avrebbe ospitato l’Ospedale Meyer (nel frattempo diventato Azienda Meyer), me compreso. Per completezza di informazione ho frequentato volontariamente il Centro Alcologico anche alcuni mesi del 2007 per mettere a punto una pubblicazione scientifica.

Non voglio dire che si tratti di “sincronicità”, ma certo è qualcosa che gli somiglia!

Mi sono lasciato per ultima un’altra curiosa coincidenza. Allaman, assieme ad un team selezionato, dopo aver ritrovato scritti e diari del proprio nonno Domenico Leoni, riporta alla luce una biografia, ma direi una storia di vita, che altrimenti sarebbe rimasta fruibile solo da poche persone. E’ opera meritoria; tutto ciò che ci fa conoscere quanto e quanti ci hanno preceduto è da considerare un dono prezioso. E’ interessante conoscre non solo la storia con la esse maiuscola, ma anche le storie “minori” o meglio  “minori, ma non per questo meno importanti“. Ed ecco l’ulteriore coincidenza: nello stesso periodo anche io ho ritrovato documenti di un mio parente, Gualtiero Sbardelli, poeta e commediografo; ho scritto due articoli su di lui e  mi sono riproposto di scrivere un libro.

Ma torniamo al libro di Allaman (e collaboratori)

Siamo di fronte a un testo che forse può essere definito come un’autobiografia scritta e conservata, poi “ritrovata”. Allaman Allamani ha scritto la presentazione, e, assieme a Giorgio Oneto e Gian Luca Corradi è dell’opera curatore, ma come avrebbe detto Ballerini in altro contesto (ve la racconto però un’altra volta) “Allaman è sí un curatore, ma è anche molto più di un curatore“. 

Il materiale di partenza è una raccolta di manoscritti e dattiloscritti autografi di Domenico Leoni in sono raccontate vicende comprese nel periodo 1902-1918. Sono vicende familiari, lavorative, belliche.

Con rara perizia già nella presentazione in poche pagine Allaman annuncia i contenuti, la genesi e la realizzazione del testo, la dimensione spazio temporale della vicenda. La pubblicazione è il risultato di un lavoro attento e pianificato

Non è difficile capire come la lunga esperienza di Allaman, medico psichiatra con notevoli competenze in psicoterapia, con particolare riguardo al modello sistemico, gli abbia consentito di cogliere dettagli analitici di linguaggio e narrazione che solo un esperto di ottica sistemica, di modelli trigenerazionali e di storie di vita può cogliere. 

L’importanza di tale presentazione è sottolineata anche in Prefazione da Zeffiro Ciuffoletti,  presentazione così ben proposta che consente al lettore di seguire e comprendere appieno la narrazione da Firenze all’Australia e non solo. Per la precisione come recita il sottotitolo “dalla Romagna alla Toscana, dall’Australia a Caporetto, dalla prigione alla libertà”. Suggestivo il fatto che questo testo abbia visto la luce tanti anni dopo, realizzando quanto Domenico Leoni aveva da sempre desiderato fin dagli anni ’60, dopo aver integrato e aggiornato a più riprese le proprie memorie scritte in lunghi anni. Attraverso questo libro, attraverso le vicende di Leoni conosciamo esperienze, riti, valori, oramai scomparsi, uno per tutti la riunione familiare di commiato al parente che parte per l’Australia. 

A costo di dire un’ovvietà, questo libro non può essere raccontato, ma deve essere letto. 

Ho sempre apprezzato le autobiografie (più delle biografie) e gli epistolari; credo che siano strumenti potenti di conoscenza e di riflessione. 

Piace rammentare che nel 2017 qui al Donatello furono presentate due biografie:  “Io, vivace invalida senza frontiere” di Paola Giusti, e “Una vita per altre vite” del ginecologo Giuseppe Camagni.

Piace citare Duccio Demetrio: “Arriva un momento nell’età adulta in cui si avverte il desiderio di raccontare la propria storia di vita. Per fare un po’ d’ordine dentro di sé e capire il presente; per ritrovare emozioni perdute e sapere come si è diventati, chi dobbiamo ringraziare o dimenticare. Quando questo bisogno ci sorprende, l’autobiografia di quel che abbiamo fatto, amato, sofferto, inizia a prendere forma. Diventa scrittura di sé e alimenta l’esaltante passione di voler lasciare traccia di noi a chi verrà dopo o ci sarà accanto. Sperimentiamo così il “pensiero autobiografico”, che richiede lavoro, coraggio, metodo, ma procura, al contempo, non poco benessere“. E ancora Demetrio: (…) Si impara dall’analisi della propria storia,si impara apprendendo da se stessi e si inizia  a coltivare un vizio che ci riporta, se lo desideriamo, ai nostri anni adolescenti (…)” (Duccio Demetrio, Raccontarsi, l’autobiografia come cura di sé. Cortina Editore 1996, p. 15)

L’autobiografia che  Domenico lo ha scritto, anzi manoscritto, ha oggi nuova vita perchè chi venuto dopo di lui ha avuto l’attenzione, la cura di non disperdere quanto poteva (e ahimé chissa quante volte è successo) finire prima in fondo a un cassetto e poi chissà dove!

Trovo quindi straordinario che accanto a una storia inevitabilmente “maggiore” trovino posto anche “storie minori”, virgolettato a significare che minori non sono. 

Il periodo a cui l’Autore si riferisce è un periodo ben preciso: dal 1902 al 1918, tuttavia nella trattazione non mancano riferimenti a prima e dopo tale periodo.

Domenico Leoni nacque i Romagna, nel piccolo paese di Santa Sofia nel 1887. Una sorella di Domenico, che aveva 18 anni più di lui, sposò Carlo Franceschi, medico (n. 1865). Carlo e Maria nel 1900 si trasferirono in Australia, ed è  in virtù di ciò che Domenico ebbe l’occasione di raggiungerli. Peraltro dalla lettura del  libro si evince che non si è mai saputo con certezza perché Domenico e Maria, dopo la nascita delle bambine nel 1895 e 1898, si siano trasferiti nel continente nuovissimo. La famiglia al completo appare in una bella fotografia del 1901 con dedica ai nonni pubblicata nel libro; presente altra immagine simile del 1907. Va detto nell’occasione che non solo questa ma anche altre rare e belle immagini d’epoca arricchiscono l’opera. Nel 1902 Domenico parte per l’Australia; all’epoca lunghissimo viaggio della durata di un mese. Nel 1908 Domenico riceve una lettera dai familiari che lo invitano a prender contaato con il Consolato e rientrare in Italia; si conludeva così il suo settennato trascorso in Australia. Nel 1909 iniziò a llavorare in Firenze a Villa Constantin. Nel 1911 Domenico si sposa con Angela Valeotti e nel 1912 nasce sua figlia Leonella, ovvero la futura madre di Allaman Allamani.  Il 1915 è l’anno in cui Domenico è chiamato alle armi:

Il 9 Novembre del 1915 fu chiamata sotto le armi, per la prima volta, la mia classe e categoria. Avevo 28 anni compiuti. Alle 10 di quel giorno mi presentai al Distretto Militare di Firenze dove mi aggregarono al 1° Reggimento Fanteria”.

Nel triste periodo bellico, come ben è sottolineato nella presentazione, Domenico alterna racconti di guerra e  racconti familiari; in questo senso Domenico offre spaccati del fronte e della prigionia descritti con rigore saggistico. Uno tra i tanti brani particolarmente suggestivi ed emozionanti:

Mi trovavo di guardia ad una feritoia lungo la trincea ad un passo da un bastione composto di sacchetti di terra, dei tanti che si trovavano lungo la linea per proteggere il nostro fianco sinistro, quando furono uditi due colpi di fucile. […] Con me, in quel momento erano due miei compagni […] Passati pochi secondi ecco che un colpo da 37, […]All’udire quel colpo uscimmo tutti e tre in una sonora risata; ma l’eco della nostra ironia non si era ancora spenta, che una seconda granata del solito calibro colpì come un fulmine la cresta del nostro pilastro protettore! […] Per buona ventura il momento fu più brutto che effettivamente pericoloso. Riavutici da quella pioggia di terra e di schegge trovammo temporaneo rifugio nel camminamento che faceva capo al trincerone. Quando il rumore dell’importuno cannone cessò ritornammo al nostro posto. Solo allora ci accorgemmo di averla scampata bella!

E’ nel 1917 che inizia la terribile esperienza della prigionia.  Nel 1930 acquisisce una pensione che diverrà l’odierno Albergo Montebello. Domenico rimase vedovo nel 1937 e scomparve nel 1976 all’età di 89 anni. Naturalmente sulla prigionia, sull’Albergo Montebello,come del resto sututti gli altri argomenti esposti da Domenico ci sarebbe da citare non uno, ma molti, moltissimi e episodi vuoi interessanti, vuoi curiosi, vuoi commoventi. Fin qui qualche breve nota e un paio di citazioni particolarmente significative che, inutile ripeterlo, non possono lsostituire la lettura, ma magari la possono suggerire.

Le memorie di Leoni sono state stilate e revisionate in tempi diversi, dal 1924 e successivamente nel 1934 e poi nel 1939; infine un’ulteriore revisione e completamento nel 1972. Attorno al 1969 era stato ipotizzata una pubblicazione che però non avvenne.

Quelle che ho definito poco sopra “Storie minori, ma non per questo meno importanti” sono un patrimonio. Sono storie che meglio ci fanno conoscere quanto appreso nelle aule scolastiche e sui libri di storia perché raccontate dai protagonisti, che oltre a descrivere avvenimenti ci trasmettono anche le emozioni provate per averle vissute.

Bibliografia e ricordi (non necessariamente legati al libro, ma in qualche modo correlati)

Allamani Allaman: Quarantacinque lugli fa: una storia della nascita di Alcolisti Anonimi. Toscana Medica, Luglio 2029

Demetrio Duccio: Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé. Raffaello Cortina Editore, 1996, Milano

Quartini A., Adami Rook P., Allamani A., Berni L., D’Onghia G., Innocenti A., Innocenti F., Latte G., Bardazzi G., Bartolini S., Ceccherini E., Della Lena R., Fusi G., Marcias ML, Stecchini D.: Valutazione dell’efficacia di un percorso di psicoterapia breve in alcoldipendenti sobri affetti da depressione minore. Abstract book VIII Congresso Nazionale SIEP “La salute mentale nella popolazione. Analisi dei bisogni e governo clinico”. 25-27 ottobre 2007, Convitto della Calza, Firenze. 

La via Cassia e Pellegrino. Una curiosità

Quando percorriamo da Firenze a Sarteano o viceversa la strada cosiddetta “normale” così chiamata in alternativa e in qualche modo ad antitesi all’autostrada, ci sono alcuni luoghi, alcuni esercizi, per lo più botteghe alimentari o bar, che poi corrispondono delle soste abituali e che di fattto diventano “obbligate“.

A ognuno di questi posti è legato qualche ricordo.

Ad esempio all’interno dei locali di un bar nelle vicinanze di Siena è appeso ad una parete una grossa stampa dove è raffigurato un pellegrino, un viandante con tanto di fagotto, cappello e bastone. Non so e non ho mai chiesto come mai il bar si chiami così, non so se il pellegrino sia una figura allegorica, o sia un personaggio realmente esistito.

Quello che è più curioso è che l’immagine, o meglio il disegno di tale pellegrino assomiglia un po’ al mio nonno, che altrettanto curiosamente si chiamava Pellegrino. Va detto che a dispetto del nome mio nonno era tutto fuor che viaggiatore!

Ove Pellegrino vi abbia incurosito vedere anche in questo blog un altro articolo su di lui